Marco Scali

Il genio della follia, la follia del genio.

 

“Eclettico esteta. Inarrestabile genio ribelle…Cocept designer…Artista sempre in lotta con se stesso, è alla costante ricerca della bellezza e della verità. Il suo fine ultimo è esaltare l’emozione, motore del nostro vivere quotidiano, cibo per i nostri sensi, nettare per i nostri cuori”. Così viene descritto nel suo sito questo ricercato maquiller che fa dell’arte un momento di compendio della propria attività. E che, attraverso una particolare ricerca pittorica, abbinata a fram di varia altra natura, evidenzia la presenza costante di un tema ricorrente dove è possibile rilevare una linea di narrativa visionaria e allusiva. Il suo alfabeto vive evidentemente una stagione regolata da leggi proprie, dove la figurazione particolare, che quasi riporta all’assurdo, diventa elaborazione metafico-pop di una creatività accesa ed intelligente. Sono di fatto palesi nei suoi vari soggetti, le tre dinamiche che stanno alla base della scissione dell’Io. In prima istanza i meccanismi di proiezione attraverso i quali l’artista riesce a mettersi in sintonia psichica con il suo modello verificando  le varie somiglianze che lo caratterizzano. In un secondo tempo il processo di tipo introiettivo, in cui l’artista-con un movimento psichico opposto al precedente-ricostruisce il proprio Io “Iniettando” in sé le caratteristiche del soggetto (specie dove sottolinea lo stile twilight). Infine il raggiungimento della cosidetta indentificazione proiettiva; lo stadio sommo dell’indagine destruens e costruens che non è stata scelta in modo casuale ma che sottolinea la ricerca di empatia tra i soggetti coinvolti. In questo caso l’autore, il suo modello, il suo pubblico, seguendo una ripartizione proposta dall’analista Ferrari, possono essere soggetti agli stessi effetti perturbanti stranianti o positivamente esaltanti, in una sorta di omologia mentale e psichica così che l’una e compartecipe della conoscenza, dei sentimenti delle esperienze dell’altra. Il tutto creato da Scali con morandiane ripetizioni di “visioni” apparentemente uguali ed imprigionate nei tratti di demarcazione, ma decisamente mobili e comunicative se le si osserva con la giusta attenzione e pathos. E che tornano nei new-ready-made dove l’oggetto è formalmente reale , ma all’interno di esso, come nei dipinti, Vladimiro ed Estragone continuano ad Aspettare Godot in un via vai di Pozzo e Lucky che riflettono ancora oggi, Becket scomparso, l’assurdità, o l’ironicità, di luoghi e situazioni che tornano ad apparire prigioni del tratto o del tempo con somma voglia di esplodere. Ma dove l’autore riesce a far trapelare sempre il proprio concetto di arte e vita attraverso una trasmutazione tridimensionale nella quale nulla va perduto della fascinazione onirica della pittura o della “scultura”, ma a cui, se mai, si aggiunge il dinamismo del rapporto con lo spazio che ne esalta l’iconicità e…la geniale quanto emozionante e sensuale follia.

 

                                                                              Giorgio Barberis

                                                                              Critico d’arte

                                                                              Accademia di belle arti di                                                                               Cuneo

 

     

I teschi, le bocche e tutte le opere di marco scali

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